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Responsabile delle SAP
Eugenio Merino Bellegoni, vulgo “Merlon” (perché andava sempre a caccia di merli), nacque a Sarzana, in località Olmo, il 29 settembre del 1913. Si sposò, piuttosto giovane, con Anna Ebuli, pure lei sarzanese ed i due sposi, dopo il matrimonio, si recarono in viaggio di nozze a Venezia.
Sembra strano, ma a quel tempo quasi tutti facevano già il viaggio di nozze, perché lo pagava il regime, nell’ambito della cosiddetta campagna demografica: alle giovani coppie che si sposavano,
veniva dato anche un sostegno economico.
Lo ebbero anche i genitori di Marcello, il quale ricorda ancora che la madre gli diceva sempre che, con i soldi avuti dallo stato, lei ed il marito avevano comprato la camera da letto.
Eugenio Bellegoni era figlio di un combattente della prima guerra mondiale, Carlo, disperso sull’Isonzo; per questo aveva la priorità per ottenere un posto di lavoro.
Ciò lo favorì soprattutto con l’ascesa al potere del fascismo: infatti egli non fu mai costretto a prendere la tessera del fascio, come, invece, dovettero fare in molti per poter lavorare e … mangiare.
Appena quindicenne, iniziò l’apprendistato presso il fabbro mastro Malatesta, un “padrone” che aveva, come si suol dire, un po’ le mani lunghe.
Così, un giorno, dopo l’ennesimo scapaccione ricevuto, il giovanissimo Eugenio si ribellò: prese i suoi attrezzi e se ne tornò a casa.
Dopo tre giorni il Malatesta, pentito del proprio comportamento, e soprattutto perché non voleva perdere quel giovinetto molto abile nella lavorazione del ferro, lo andò a cercare per farlo tornare al lavoro.
Ma il ragazzo, che già mostrava un carattere forte, rifiutò.
Allora il patrigno di Eugenio, che per Marcello fu il “nonno”,scrisse al prefetto della Spezia per chiedere un lavoro per il figliastro.
Dopo una sola settimana giunse la risposta: “Presentarsi il giorno seguente alle officine Galileo della Spezia”, dove si costruivano lenti ed attrezzi di precisione ottica anche per la Marina militare.
Eugenio, accompagnato dal patrigno, vi si recò, presentandosi all’ingegnere capo, il quale gli domandò che cosa sapesse fare, con una certa ironia, data la giovane età del ragazzo.
Ma questi, con disinvoltura e, quasi, con un certo risentimento, gli rispose: “Se lei mi dà una mazza, una morsa ed una lastra di ferro, glielo faccio vedere io che cosa so fare!”.
L’ingegnere lo prese in parola e gli fece portare gli attrezzi richiesti, con i quali, in poco tempo, egli costruì, a freddo, una testa di leone.
Di fronte a tanta bravura, l’ingegnere, ridendo, gli disse: “Domani vieni a lavorare qui!”.
E dal 1928 Bellegoni rimase alla
Galileo quasi fino alla morte.
Nel 1936 dovette però assentarsi dal lavoro per andare in Libia, dove i soldati italiani combattevano contro i ribelli arabi, lasciando la moglie a casa da sola.
Dalla Libia venne trasferito in Albania.
A quel punto, stanco di rischiare la vita per cause che non condivideva, si fece togliere … tutti i denti per poter essere esonerato dal servizio militare.
Così, all’improvviso, una notte bussò alla porta della sua casa, all’Olmo (Casa Cordi - palazzo rosso di lato all’odierna pasticceria Sbarbaro).
La moglie, preoccupata, in dialetto, chiese: “Chi l’è ?”. Ed egli : “A son Merino”.
Non credendo alle sue orecchie, Anna spalancò la porta e, felice, fece per correre tra le braccia del marito, ma si bloccò trovandoselo davanti tutto nudo, pieno di pulci e di cimici, con gli abiti sparsi per terra.
Ma la felicità dei due era, comunque, grande … Eugenio riprese così il lavoro alle officine Galileo, che lo mandavano spesso in trasferta a Taranto ed a Napoli, date le sue ottime capacità.
Così guadagnava abbastanza bene da poter mantenere decorosamente la famiglia.
Intanto era scoppiata la 2° guerra mondiale ed egli dovette lavorare anche per l’esercito tedesco, alleato dell’Italia.
Nel frattempo nacque il figlio Marcello che, però, dall’8 settembre 1943, rimase subito … senza padre.
Infatti, subito dopo l’8 settembre, Bellegoni si arruolò nei partigiani, prendendo come nome di battaglia quello che aveva dato al figlio: "Marcello".
All’inizio svolse il ruolo di staffetta, poi, per diversi mesi,
appartenne alle SAP di Sarzana, cioè le strutture che operavano in forma clandestina all’interno delle città occupate, collegate con le formazioni partigiane “ai monti”.
In seguito alla morte di Arturo Emilio Bacinelli, avvenuta il 18 marzo 1944, Eugenio Bellegoni prese il suo posto, assumendo di persona il comando delle SAP.
Partecipò così a diverse azioni in collegamento con i distaccamenti della brigata Muccini, dislocati sulle colline.
In particolare, egli fu molto attivo nell’operazione eseguita dal tedesco Rudolf Jacobs contro il comando delle brigate nere di Sarzana, favorendo lo sganciamento dei partigiani dopo l’attacco.
Organizzò anche un’assidua collaborazione per l’assistenza dei feriti dopo il rastrellamento del 29 novembre 1944, riuscendo a procurarsi medicinali e quant’altro occorreva.
Dopo la cattura, da parte delle brigate nere, del commissario politico di brigata Paolino Ranieri, "Andrea", avvenuta il 14 dicembre del 1944 in località Maseri di Giucano, Bellegoni ristabilì i contatti con i partigiani che non avevano oltrepassato il fronte e che avevano ricostituito la brigata Muccini, comandata ora da Flavio Bertone, "Walter", e che aveva come nuovo commissario Dario Montarese, "Briché".
Bellegoni, in accordo con la Muccini, organizzò un tranello che avrebbe dovuto portare alla cattura di comandanti delle brigate nere spezzine, tra cui il famigerato Aurelio Gallo, già autista del vescovo della
Spezia, divenuto poi delatore e persecutore di partigiani ed anche di sacerdoti.
Per effettuare ciò, Bellegoni si mise in contatto con Vittorio Agnesini, un commerciante di Romito Magra, che, spesso, invitava a cena Gallo, insieme ad ufficiali repubblichini e tedeschi, avendo la necessità di
ottenere il permesso dall’autorità militare tedesca di circolare liberamente col suo camioncino per trasportare la merce che vendeva.
Dopodichè Eugenio, contattata la brigata, fissò un incontro nella ghiaia fra Giucano e Carignano, per discutere insieme ai partigiani i particolari di un’eventuale cena in casa Agnesini, in modo da poter catturare i suoi “ospiti” anche allo scopo di contrattare uno scambio tra loro ed Andrea.
A quanto ricorda Paolo Ambrosini, che era presente, parteciparono all’incontro, oltre a lui, Bellegoni e Agnesini, anche Walter, Goliardo Luciani (cioè colui che manteneva i rapporti più stretti col Bellegoni, abitando entrambi all’Olmo), Bertacchi, Boris e Casella.
Fu convenuto che l’Agnesini, in un giorno stabilito, avrebbe invitato ad una cena fascisti e tedeschi, durante il corso della quale i partigiani avrebbero fatto irruzione nella casa, catturando gli ostaggi per lo scambio, compreso lo stesso Agnesini, affinché non ricadessero colpe su di lui.
Egli, però, sarebbe rimasto ai monti con i partigiani.
Al termine dell’incontro, Bellegoni ed Agnesini salutarono tutti e, risaliti sul camioncino, avviarono il motore per partire alla volta di Sarzana, mentre il gruppo dei partigiani riprese la strada della collina.
Però, durante tutto il tempo dell’incontro, un aereo aveva “ronzato” sopra le teste dei convenuti che, spesso, avevano alzato gli occhi al cielo.
I partigiani avevano fatto appena un centinaio di metri ed il camioncino era appena partito, quando l’aereo (era un aereo alleato, ma il pilota non aveva riconosciuto i partigiani) piombò in picchiata sul detto camioncino, colpendolo con diverse raffiche di mitraglia.
Appena Ambrosini e gli altri si resero conto di quanto accaduto, tornarono subito indietro ed ai loro occhi si presentò uno spettacolo orrendo:
Eugenio Bellegoni, colpito al petto da un colpo di mitraglia, era morto sul colpo, mentre Agnesini aveva l’anca completamente asportata e sanguinava in abbondanza; però egli era ancora vivo e cosciente, tanto che continuava a ripetere : “Cercate di salvarmi, perché voglio liberare Andrea!”.
Due o tre partigiani, tra cui lo stesso Ambrosini, con le lacrime agli occhi, dovettero scaricare dal camion il corpo esanime di Bellegoni, mentre, urlando, chiamavano gli abitanti di una casa soprastante quel luogo, affinché fornissero loro quanto occorreva per tamponare la ferita di Agnesini.
Quelle brave persone
accorsero, portando lenzuola ed asciugamani, ma la ferita continuava a sanguinare abbondantemente.
Dopo parecchio tempo, giunse la barella della Misericordia, per portare il ferito ed il morto in ospedale;
ma, nel frattempo, anche Vittorio Agnesini era morto.
Sul luogo in cui avvenne l’uccisione dei due coraggiosi, oggi, sorge un cippo che ricorda ai passanti il loro sacrificio.
A Eugenio Bellegoni, poi, a guerra finita, fu intitolata una delle strade del suo quartiere di residenza, l’Olmo, realizzate al posto dei prati di campagna in seguito all’urbanizzazione degli anni Cinquanta e
Sessanta.
Ad Eugenio Bellegoni, come a tanti altri partigiani, in seguito, fu conferito il firmato dal maresciallo Alexander, il comandante supremo alleato delle forze nel Mediterraneo centrale.
In esso si legge:
“Nel nome dei governi e dei popoli delle Nazioni unite, ringraziamo Bellegoni Eugenio fu Carlo di avere combattuto il nemico sui campi di battaglia, militando nei ranghi dei patrioti tra
quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà, svolgendo operazioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari.
Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi.
Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà”.
Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo
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