Questa situazione rimase inalterata dal 1550 al 1783 quando fu riaperta la Porta in borgo, la Porta Romana, affinché le strade del commercio potessero ripercorrere le vie del centro storico. La Strada romana o via della Posta aveva contatto con il tessuto urbano soltanto attraverso la Porta della Dogana.
Soltanto lì avveniva lo scambio, perché Sarzana era considerata una fortezza, e fu considerata tale fino al 1748, quando i Francesi distrussero l'abitato di Sarzanello per potenziare quel forte, considerando che non era possibile difendere la città.
Sarzana era racchiusa dalle mura rinascimentali, strumento bellico di grande innovazione nel Rinascimento, ma piuttosto obsolete sotto il profilo difensivo nel secolo XVIII.
La tecnica della difesa bastionata aveva fatto molti passi avanti, si pensi ad esempio alla cinta di Lucca, ma anche ai casi intermedi lunigianesi di Massa, Fivizzano e Caprigliola.
Sarzana, rimasta con un sistema fortificato tipico della fase di transizione fra Medioevo e Rinascimento, fu disarmata.
Le armi che erano nella Cittadella furono portate a Sarzanello, a Genova ed a Lerici: nel 1748 divenne città aperta.
Ciò favorì, alcuni anni più tardi, la riapertura della Porta in borgo: nel 1783 il marchese Agostino Callani ne diresse i lavori.
Iniziò allora una nuova stagione di rinnovamento urbano che interessò gran parte del secolo XIX, e quindi un'attenzione alla città ed al suo decoro registrata, con palese evidenza, nei documenti dell'Archivio comunale.
Nei lavori di Porta Romana, ad esempio, le maestranze avevano costruito, sopra l'arco d'ingresso che affaccia su via Mazzini, un muro troppo alto che impediva il colpo di veduta, ovvero la percezione della prospettiva fino alla piazza del Comune.
Per ordine degli amministratori della città il muro fu fatto abbassare.
A seguito della riapertura della porta in Borgo Sarzana trovò un nuovo equilibrio urbano che ebbe il suo punto di coagulo in epoca napoleonica, quando furono soppressi gli ordini monastici.
Con tale provvedimento il Convento dei Domenicani divenne il Teatro degli Impavidi.
Il Convento delle Clarisse fu diviso in due lotti: di fronte alla Cattedrale si collocò una locanda trasformata in seguito nel palazzo Massa Neri; dalla parte di piazza Garibaldi, dopo una prima ristrutturazione per ospitare le scuole pubbliche, si costruirono alcune residenze private.
L'orto chiuso da mura che separava la Clausura dall'Ospedale di San Bartolomeo divenne la piazza del Teatro.
L'ospedale stesso venne ricollocato pur essendo stato restaurato soltanto qualche anno prima, come racconta il Repetti che lo trovò grande e ben tenuto.
Fu ricostruito in via Agostino Paci dove rimase fino al recentissimo trasferimento nella zona di Monterosso, secondo il progetto di Giovanni Michelucci.
Al suo posto vennero trasferiti gli uffici del Tribunale e lo spazio di piazza Garibaldi divenne il secondo polo civile della città, sull'asse del futuro viale della Stazione.
La particolare attenzione di quel periodo al decoro urbano cominciò con la pavimentazione di tutte le vie del centro storico, da Porta Romana alla Porta della Dogana.
Si ebbe quindi la rinascita ottocentesca della città di Sarzana: la cinta muraria genovese venne in parte smantellata e venduta ai proprietari che abitavano nelle adiacenze.
Nei fossati messi a coltivazione si vedevano i pioppi e gli ontani sostener a festoni le viti, e l'arancio, tenuto a spalliera, ostentare le felici sue poma.
Verso la cittadella, ove le menate mura e le torri fanno il cigliare dèfossi, questa figura sembra una romanzesca pittura.
Con questa immagine tratta dal Viaggio nella Liguria marittima di Davide Bertolotti pubblicato a Torino nel 1834, entriamo in città.
Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana
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